Passano le ore, ma il rammarico persiste. Nelle notti romane ogni particolare risplende e vive nell’eternità del momento, tra Villa Borghese e il Colosseo, attraverso secoli di storia che non dimenticano il passato ma cercano di godersi anche il presente, con lo sguardo proiettato al futuro. Un po’ come la squadra della Capitale, quella Roma che quattro anni fa sembrava aver imboccato la giusta strada per tornare nell’élite del calcio mondiale e che adesso vive tra l’incudine e il martello, in un pericoloso stand-by che sa di comoda resa: l’eliminazione dall’Europa League per mano del Bologna in un Olimpico sold out è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, se mai quel vaso non fosse stato già saturo domenica scorsa dopo la decima sconfitta in campionato, questa volta sul campo del Como, diretta concorrente per un posto in Champions nella prossima stagione.
Un momento drammatico per la Roma e per tutti romanisti. Solo applausi per quest’ultimi, che anche nelle difficoltà hanno colorato l’Olimpico di giallorosso e hanno spinto la squadra per tutti i 120 minuti, dimostrando all’Europa intera di essere una piazza capace di trasmettere emozioni indescrivibili. Nessuno dimenticherà mai l’inno di Marco Conidi e quello di Venditti, tutti invece cercheranno di cancellare al più presto la prestazione della Roma. Se – come affermava Mourinho – si può andare allo stadio a guardare la partita o a giocarla, l’Olimpico ha messo gli scarpini, i giocatori hanno acceso la televisione. Un atteggiamento incomprensibile per la storia del club, che otto anni fa era impegnato in una semifinale con il Liverpool e adesso si è ritrovato ad uscire contro un Bologna sulla carta nettamente inferiore alla squadra di Gasperini.
Ancora più grave quanto visto in campo: mentre il popolo giallorosso continuava a cantare, El Shaarawy commetteva un rigore inaccettabile per un giocatore della sua esperienza, così come l’asse Mancini Celik, sintonizzata su due diverse frequenze e in balia di Rowe dall’inizio della partita, ha agevolato non poco il gioco del Bologna, diventato ancora più letale per gli svarioni di N Dicka, migliore in attacco che nel suo ruolo naturale di difensore. Malissimo anche Cristante, il tuttofare ai tempi di Mourinho, lento e compassato da troppe giornate. Per non parlare di Zaragoza, inserito in campo da un colpevole Gasperini per sfruttare il gioco sulle fasce. Risultato: enorme quantità di palloni persi, zero copertura, gol decisivo di Cambiaghi.
Una discesa agli Inferi dalla quale è difficile risalire. Trovare una spiegazione e una soluzione al morbo dell’eterna involuta che ha colpito la Roma è roba da Sherlock Holmes. Non vogliamo cadere nella tentazione malinconica del rievocare Mourinho, ma la verità confermata dai fatti è che l’esonero dello Special One sia stata la diga che ha separato l’ambizione dalla mediocrità: i giallorossi sotto la guida del portoghese avevano il sangue negli occhi, come nello 0-0 di Leverkusen che ha permesso di raggiungere la finale di Europa League, oggi invece la squadra è fragile. Da salvare sicuramente Svilar, in panchina con Mourinho, non gli altri giocatori di campo, in netta difficoltà quando si tratta di alzare i giri del motore.
In tutto questo viene da chiedersi quanto un allenatore bravo come Gasperini potrà dare ai suoi di qui alla fine del campionato. Il calendario della Roma presenta notevoli insidie, dall’Inter all’Atalanta, passando naturalmente per il derby, insieme a gare sulla carta scontate come quelle contro Pisa e Verona. L’ex tecnico della Dea sembrava l’uomo giusto per una piazza come Roma, ma negli ultimi tempi sembra essere andato anche lui un po’ in confusione con i cambi: perché togliere Celik per sbilanciare la squadra con Zaragoza a pochi minuti dai calci di rigore? Domande alle quali Gasperini ha provato a rispondere senza cadere in polemica con i giornalisti, ma con il senno di poi probabilmente anche lui stesso rivedrebbe un po’ i suoi piani gara. Perché a Roma il tempo passa veloce, ma il passato rimane intatto. E l’uscita con il Bologna pesa come un macigno nella stagione giallorossa. Adesso tutto passa dal campionato, per un sogno Champions lontano ma vicino, sicuramente da giocare e non da guardare passivamente.

